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Andrea Poggio   25 agosto 2020

No, non sono l'Eni

"Cambiare le proprie abitudini non basta: l'unico modo per salvare l'ambiente è l'azione politica." Questo è il sottotitolo di copertina del settimanale l'Internazionale in edicola questa settamana. L'articolo è a firma Jaap Tielbeke, firma del settimanale olandese De Groene Amsterdammer, il principale giornale olandese ambientalista.

Appena ricevuto, con entusiasmo, ho fotografato copertina e postato commento sul sottotitolo. Vero. Come ben sapete, personalmente (e questo sito) non ha mai pensato che la conversione ecologica fosse un pranzo di gala, come la rivoluzione di Mao Tze Tung. Ho sempre trovato stucchevole riconturre i cambiamenti (necessari) dei nostri stili di vita nelle rassegne di consigli del tipo: spegni la luce, chiudi rubinetti, differenzia, cambia lampadine, pedala... Evidente che va fatto, ma - come sostiene Tielbeke - suscitando sensi di colpa individuali non si salva la nostra società (il mondo no, quello va avanti per conto suo anche con qualche grado in più) e non si vive meglio.

Perché? L'articolo non ci aggiunge molto a quel che già sapevamo. Le prime venti società energetiche (Exxon, BP, Shell, sino alla nostrana Eni) sono responsabili da sole del 35% delle emissioni gas serra dal 1965 ad oggi. E sono le prime, con le loro campagne pubblicitarie, ad invitarci e ricordarci che siamo noi a dover risparmiare acqua, fare economia circolare (anche con la plastica usa e getta), usare biocarburanti (più inquinanti del petrolio). "Quindi no: io non sono la Shell", conclude Tielbeke. In Italia, io non sono l'Eni. Che predica bene e razzola malissimo.

Ci ricorda che la "classe verde", dei più abbienti attenti ai comportamenti etici, conduce spesso una vita che dilapida più risorse naturali della "classe grigia" più preoccupata "alla fine del mese che alla fine del mondo". Vero. Quindi?

E come impostare una "azione politica" in aggiunta e a supporto delle scelte individuali, capaci di convertire produzioni, società, culture umane alla sostenibilità? Una sola la proposta ho letto nell'articolo, importante ma non sufficiente. Lo stato deve impoprre politiche ambientali. In Cina la limitazione al consumo di carne è oggi deciso dall'alto. La riduzione del consumo di benzina, negli Stati Uniti nel corso della seconda guerra mondiale, è stato imposto con una tassa federale. Quindi, come in una economia di guerra (o di lotta alle pandemie) "abbiamo bisogno di un governo attivo e di grandi piani" per vincere la sfida climatica. Un governo capace di imporre nuove priorità alle grandi società, al mercato e di conseguenza ai cittadini.

Quel che l'articolo non ci aiuta a capire è come fare tutto ciò in democrazia e in libertà. Il riferimento all'economia di guerra in questo non ci aiuta. Se "un governo attivo", capace di orientare e prendere ai ricchi e non solo a poveri e ceto medio, ci piace e va bene, dobbiamo anche capire come condividere "i grandi piani". E sono proprio i "grandi piani" i grandi assenti dalle pèolitiche di oggi in Italia. Per uscire dal contagio la maggioranza di noi si è messa la mascherina e accettato sacrifici, ma ora per uscire da Covid e crisi climatica e sociale, di "grandi piani", di visione condivisa e credibile abbiamo un gran bisogno.


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