MAGAZINE


Magazine
Andrea Poggio   28 giugno 2019

Olio di palma: la maggior parte (54%) finisce nei diesel. E inquina di più

Gli europei consumano sempre meno olio di palma e invece ne bruciano, senza saperlo, sempre di più in auto e camion. L'anno scorso il 65% di tutto l'olio di palma importato nell'UE è stato utilizzato per l'energia. Il 53% di tutte le importazioni di palma è stato utilizzato per produrre biodiesel per auto e camion - il massimo storico - e il 12% per generare elettricità e riscaldamento. L'olio di palma usato per il biodiesel è tornato a crescere nel 2018 - del 3% - mentre l'uso dell'olio di palma per produrre cibo è diminuito significativamente, dell'11%. Questi sono i risultati scioccanti che emergono dal Report di Transport & Environment, tratto dai dati OILWORLD, il riferimento del settore per i mercati degli oli vegetali. L'olio di palma è noto per essere un importante fattore di distruzione delle foreste pluviali e della vita selvatica. In particolare le foreste del Borneo (l'Italia importa soprattutto dall'Indinesia): siamo la causa di distruzione di foreste vergini, scomparsa biodiversità, rischio distruzione ultime popolazioini indigene e di primati come gli oranghi.
E l'Italia? Siamo quelli delle false rinnovabili
Importiamo la bellezza di 1,5 milioni di tonnellate di olio di palma. Tanto, ma sempre meno per merendine, cioccolatini e cosmesi (meno di mezzo milione), sempre di più, sempre troppo, per bruciarlo. Ben 800 mila tonnellate miscelato al gasolio, nel così detto biodiesel e oltre 200 mila tonnellate in piccole centrali energetiche per generare elettricità e riscaldamento. Tutte false rinnovabili, per giunta sussidiate dalle norme europee e italiane. Così tanto nel biodiesel? Allora come mai ENI dichiara (risposta che a nostre domande ad ENI, per il 2018) “appena" 212 mila tonnellate? Perché la differenza è costituita da “derivati dalla lavorazioni di oli vegetali” di importazione indonesiana, come si deduce dai dati governativi (GSE per Piano Energia e Clima). Quindi gran parte del biodiesel è composto da olio di palma (800 mila su poco più di 1 milione di tonnellate). Non  basta. I “derivati dalla lavorazioni di oli vegetali” sono stati considerati per la norma italiana “double conting”, cioè come doppio rinnovabile nel meccanismo degli obblighi delle compagne petrolifere. Nonostante emissioni climalteranti triple rispetto al gasolio fossile. Questa possibilità legale è dovuta ai ritardi nell’applicazione della direttiva ILUC (cambio destinazione suolo nocivo per il clima) da parte dell’Italia, che ha consentito sino a 1 luglio 2018 questa possibilità (vedi in proposito pag. 145 del rapporto Statistico GSE 2017, scaricabile dal sito GSE).
Olio di palma è peggio del gasolio fossile
Ogni litro di biodiesel bruciato nelle nostre auto in sostituzione di gasolio ricavato dal petrolio fossile causa emissioni 3 volte maggiori di CO2, a causa della scomparsa di foreste secolari che custodiscono il carbonio accumulato dalle piante. Il rimedio (biodiesel) è peggio del male (gasolio). In una decisione storica del mese scorso, l'UE ha etichettato l'uso di olio di palma per l'energia come non rinnovabile e insostenibile (con alcune eccezioni discutibili) ed è destinato a eliminarlo entro il 2030, a partire dal 2023. Una coalizione di 18 ONG in 9 paesi europei, tra cui Legambiente e T & E, ha fatto una campagna durissima per avere l'eliminazione graduale. L'UE ha inoltre chiarito che i paesi non sono più obbligati a utilizzare i biocarburanti basati sugli alimenti dopo il 2021 per raggiungere gli obiettivi climatici. Gli stati membri stanno ora elaborando leggi per attuare la direttiva sulle energie rinnovabili (RED II) e possono eliminare gradualmente i biocarburanti basati sugli alimenti non appena nel 2021.
E' assurdo che ci preoccupiamo di bandire l'olio di palma dei biscotti che acquistiamo, mentre gli stati ne sussidiano con norme assurde la presenza nei carburanti. Spendiamo, in tutta Europa, ben 4,2 miliardi di euro per importare olio di palma e derivati, quanto per acquistare banane per tutto il continente.
Cosa combina l'ENI in Italia?
Le compagnie petrolifere (ENI, Total, Shell...) fanno pagare più caro il gasolio con una maggior percentuale di biodiesel (sino al 15%): ciascunno di noi paga il pieno di più per sussidiare falsi "bio" e false rinnovabili. E, ancor più assurdo, non si riciclano abbastanza olii vegetali usati e non si trovano benzine con “etanolo avanzato”, prodotto da scarti cellulosici, pur non mancando in Italia distillerie con capacità produttiva inutilizzata. Senza parlare poi della mobilità elettrica. Chiediamo da anni al governo italiano di eliminare i sussidi ambientalmente dannosi e premiare semmai le rinnovabili vere e italiane.
E all'ENI chiediamo coerenza con le dichiarazioni promozionali sull'economia circolare: ricicli biomasse italiane invece di usare in prevalenza alimenti importati: grazie alla nostra azione ENI (segnalazione pubblicità ingannevole) ha cambiato completamente la sua campagna pubblicitaria, ma non ha cambiato sostanzialmente la composizione del biodiesel: solo un decimo deriva dal riciclo olii vegetali usati, la metà ancora olio di palma e derivati. ENI, come Total e Shell (in Europa sono i principali utilizzatori di oli alimentari per biodiesel), sono molto abili a usare tutti i meccanismi legali consentiti per usare “false rinnovabili”, anche a "doppio conteggio”. Ma il risultato è un aumento, non una diminuzione dell’inquinamento (gas serra) emesso dai diesel italiane ed europei
Il paradosso alla pompa carburante
Il paradosso è che, alla pompa, il gasolio “bio”, quello particolarmente arricchito della componente “false rinnovabili” (sigla alla pompa B10 o B15), costa di più al consumatore. Un “bio” che costa di più, che inquina di più, ma che vale doppio per il meccanismo “obblighi/sussidi” da parte degli stati. Insomma, a tutti gli effetti, un fulgido esempio di SAD, sussidi ambientalmente dannosi, da parte degli stati.
La buona notizia è che la “doppia contabilità” non dovrebbe essere più incoraggiata, almeno per l’olio di palma, dal 1 luglio 2018. E che “olio di palma e derivati” dovrebbero non aumentare sino al 2023 e poi finire nel 2030.
Cosa potrebbe fare governo italiano?
Potrebbe, con una norma nazionale di recepimento della direttiva comunitaria, decidere non sussidiare e non riconoscere più come rinnovabile dal 1 gennaio 2021 l'uso di olii alimentari nei biocarburanti (come già votato dal Parlamento francese) e promuovere solo rinnovabili “vere” e italiane nel settore dei trasporti, come ad esempio:
- per i motori diesel: olii alimentari usati (ad esempio da fritture) per una potenzialità pari a 240 mila tonnellate (oggi se ne recupera meno della metà),
- per i motori benzina e ibridi: bioetanolo da scarti agricoli cellulosici. La potenzialità già installata delle distillerie italiane è già oggi pari a 4-500 mila tonnellate,
- per navale e parte trasporto pesante: biometano da rifiuti organici e scarti agroalimentari, con potenzialità di materia prima pari a diversi miliardi di metri cubi di metano
- e soprattutto, promuovere la mobilità elettrica da fonti rinnovabili, sia nel trasporto pubblico che condiviso, sia automobilistico che leggero (dagli scooter ai monopattini).
Come si evidenzia: sostenere i finti “bio”, i biocarburanti dannosi e non rinnovabili, è una scelta. Sbagliata, da ogni punto di vista.

 


NESSUN COMMENTO


LASCIA UN COMMENTO

Per lasciare un commento è necessario autenticarsi.
Se non ti sei ancora registrato, clicca qui.


    Licenza Creative Commons. I contenuti di questo sito sono rilasciati con licenza Creative Commons Attribuzione - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia