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Andrea Poggio   7 dicembre 2020

Biocarburante per "greenwashing": dopo il palma, la soia

E dopo l’olio di palma, già in Europa si prepara lo sfruttamento dell’olio di soia, mercato rifugio per  gli operatori petroliferi ed energetici che perdono il pelo ma non il vizio: cercano il “nuovo petrolio” vegetale a basso prezzo nelle piantagioni che sorgono ai bordi delle grandi foreste tropicali, per poterlo sfruttare, raffinare, trasportare e commerciare come sanno fare. Pubblichiamo dossier di Transport&Environment (scaricabile qui sotto) dedicato al consumo crescente di soia come biocarburante in Europa che, sulla base delle nuove ricerche internazionali, comporterà gli stessi rischi ambientali oggi evidenti per l’olio di palma. Contro il consumo energetico dell'oilio di palma è in corso una importante campagna di Legambiente e altre associazioni ambientaliste.
Per estendere le piantagioni di olio di palma in Indonesia si ricorre frequentemente agli incendi dolosi di foreste e torbiere nella stagione secca, mentre è importante riconoscere e capire come si verificano l’espansione indiretta e la deforestazione per le nuove coltivazioni di soia. Secondo il nuovo report T&E “il crescente interesse per le colture di soia … può portare i proprietari di pascoli a vendere le loro terre ai coltivatori di soia, spingendo altrove le loro attività e la frontiera agricola… a scapito di aree con elevate scorte di carbonio come le foreste. Questo esempio spiega la complessità degli effetti ILUC (consumo indiretto di suolo), che non sono presi in considerazione dall’attuale normativa dell’UE. Questi impatti negativi diretti e indiretti legati all’espansione della soia potrebbero essere aggravati da un aumento della domanda di soia proveniente dall’UE per la produzione di biocarburanti.”
La nuova Direttiva sulle energie rinnovabili (REDII) che il Parlamento sta discutendo stabilisce l’eliminazione (tra il 2020 e il 2030) dell’uso di biocarburanti a base di alimenti e mangimi, favorendo invece l’introduzione di carburanti avanzati sul mercato dell’UE. Ma mentre l’olio di palma è l’unica materia prima per i biocarburanti oggi esplicitamente da bandire, esistono numerose evidenze della deforestazione e del cambiamento di destinazione d’uso del terreno vincolati alla coltivazione della soia in diverse parti dell'America Latina (Amazzonia principalmente). 
Secondo le stime più recenti, il biodiesel di soia è il secondo maggior produttore di gas serra, dopo il biodiesel da olio di palma. C’è il rischio che il vuoto lasciato dalla graduale eliminazione del biodiesel da olio di palma nel mercato dei biocarburanti dell’UE venga colmato con la soia. Se non si interviene, nel 2030 l’UE potrebbe assistere ad un drastico aumento dell’uso di biodiesel a base di soia per raggiungere gli obiettivi UE in materia di energie rinnovabili, passando da due a circa quattro volte i livelli attuali. Per raggiungere questi volumi aggiuntivi di olio di soia potrebbero essere necessari tra 2,4 e 4,2 milioni di ettari di terreno coltivato in più, un’area con una dimensione tra quella della Slovenia e quella dei Paesi Bassi. In questo caso, l’olio di soia raggiungerebbe la soglia stabilita dall’UE, in quanto materia prima ad alto rischio ILUC (consumo di suolo), e dovrebbe gradualmente eliminato, come l'olio di palma. 
Ecco perché è molto importante che si introduca in Italia la fine dei sussidi agli usi energetici dell’olio di soia insieme a quello di palma, prima ancora che si sviluppi anche questo mercato, Tema su cui si è aperto recentemente scontro in parlamento. Come da nostra petizione www.change.org/unpienodipalle.
Sbagliare oggi è facile, tornare indietro poi, costerà di più.

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