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Andrea Poggio   23 luglio 2019

"Bio"raffineria a Gela, all'olio di palma

Oggi, 23 luglio 2019, la Goletta Verde, tradizionale campagna mare di Legambiente, è in Sicilia, a Gela. E' stata l'occasione per fare il punto sulla bonifica di una immensa area dismessa inquinata (6 mila ettari, gran parte a mare) e soprattutto sulla nuova bioraffineria appena inaugurata. Quella oggetto indiretto della martellante campagna pubblcitaria ENI che, con l'aiuto di ciascuno di noi si fa economia circolare riciclando l'olio per cucinare. Come si fa a non essere d'accordo, come si fa a non sperare nella nuova bioraffineria di Gela? Tanto più che ENI ci ha investito 275 milioni di euro, superando quindi le previsioni del protocollo d'intesa del 2014, tra impianto di stream reforming, che produce idrogeno da metano, ecofining, carburante da olii vegetali, biomass treatment unit, trattamento frazione organica dai rifiuti e gli altri trattamenti di scarti organici naturali.
Tutto vero? No, non proprio. La gran parte delle 668mila tonnellate di biocarburanti (potenzialità annua di progetto) è ancora molto probabilmente costituito da biodiesel prodotto da olio di palma e da derivati di importazione da altri continenti. E l’olio di palma e i suoi derivati sono classificati ormai anche dall’Europa, nella nuova direttiva rinnovabili, come coltivazione a rischio per le foreste tropicali e la biodiversità. L’olio di palma e derivati non sono più considerati né green né rinnovabili perché a causa della distruzione di foreste, le emissioni complessive di CO2 nell’intero ciclo di vita sono triple rispetto al gasolio fossile. Ma se è carburante finto “bio” e false rinnovabili, se questo che si fa a Gela, questo è l’investimento verde, allora rischia di non aver futuro neppure il tanto pubblicizzato e promosso piano di re-industrializzazione sostenibile del polo petrolchimico.
L’impianto principale è quello per la produzione di biodiesel (potenzialità 600 su 668mila tonnellate) grazie alla tecnologia Ecofining sviluppata da ENI e dovrebbe permettere non solo la lavorazione di olio di palma, più facilmente miscelabile con il gasolio da petrolio, ma anche di olii vegetali usati e grassi animali di scarto. Quindi anche per produrre biocarburanti “avanzati”, cioè scarti e rifiuti a base organica vegetale che non entrino in conflitto con le produzioni alimentari e neppure con coltivazioni “ricche” che comportino la sostituzione di ecosistemi ricchi di biodiversità. La nuova bioraffineria ha appena iniziato la produzione, dopo le prime prove, all’inizio del 2019 e ad oggi non si conosco né le materie prime usate, né la composizione del biodiesel in uscita, nonostante l’articolo 27 della nuova direttiva europea rinnovabili (RED II) affermi: “Le informazioni sull’origine geografica e sulle materie prime usate nei biocarburanti devono essere messi a disposizione dei consumatori sui siti Web di operatori, fornitori o autorità e devono essere aggiornate su base annua”.
Sappiamo che, grazie all'intervento del Ministero dell'Ambiente, l'adeguamento dello Studio d’Impatto Ambientale presentato da ENI a gennaio di quest'anno prevedeva infatti un adeguamento (richiesto dal Ministero) per ridurre la dipendenza da olio di palma e derivati: l’impianto ante-operam avrebbe potuto lavorare un massimo di 750 mila tonnellate di olio di palma e derivati (PFAD) e solo 81 mila di grassi animali (sego animale di categoria 1). Post-operam (sette mesi di lavori, ancora in corso) prevede di mantenere la potenzialità di trattamento di 750 mila tonnellate di olio di palma e derivati (PFAD) ma incrementa a 400 mila totali sia i grassi animali (sego animale di categoria 1) che gli olii da cucina esausti (UCO). Un miglioramento. Ma quando si abbandoneranno del tutto sia olio di palma come qualsiasi altra materia prima a rischio di deforestazione o in competizione con produzioni alimentari? E soprattutto: che senso ha progettare una nuova “bioraffineria” sulla base di materie prime che si sa di dover abbandonare nell'arco di pochi anni?
Perché ci preoccupa così tanto l’olio di palma? Perché, dopo una importante battaglia d’opinione in Italia e in Europa, con 600 mila firme raccolta tra i cittadini, l'Europa ha classificato l’olio di palma a rischio per la biodiversità e la deforestazione e stimato che ogni litro di olio di palma bruciato nei nostri motori si emettono (quindi si inquina) tre volte più CO2 di un litro di gasolio fossile da petrolio. Si veda infografica scaricabile qui sotto: "La cura peggiore della malattia (da Transport & Environment), confronto tra le emissioni di gasolio fossile e biodiesel da colza (1,2 volte), soia (2 volte), palma (3 volte), media (2 volte)".
Quindi l'olio di palma e derivati non possono essere considerati né “green” né rinnovabili. Inoltre si devono con gradualità e nel tempo eliminare completamente dai carburanti venduti in Europa entro il 2030. Non basta: è facoltà delle singole nazioni eliminare con propria legge l'olio di palma del 2021, come già richiesto dal parlamento francese. Per questa ragione Legambiente ha chiesto la modifica delll'attuale versione del Piano Energia Clima proposto dal governo che continua a prevedere l'uso di biocarburanti non “avanzati” sino al 2030.
Legambiente chiede al governo italiano di eliminare dai biocarburanti l'olio di palma dal 2021 per due buone ragioni. La prima è favorire biocarburanti “avanzati” da rifiuti o di scarti agroalimentari italiani, favorendo così l'agricoltura nazionale. Per esempio? Oltre agli olii di frittura esausti, il biometano da rifiuti organici e scarti agroalimentari oppure bioetanolo da frazioni cellulosiche residue.
La seconda ha a che fare con la difesa del consumatore: è il consumatore in ultima analisi a pagare di più la componente “bio” del gasolio, con lo scopo di far del bene all'ambiente. Oggi il consumatore paga di più il gasolio con olio di palma e produce più inquinamento (CO2) sia in Italia che nel mondo. Senza saperlo e senza possibilità di scegliere prodotti alternativi.
Come mai siamo così sicuri che ancora l'ENI produca biodiesel da olio di palma? 


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