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Abitare la casa
 

Di verde vestiti

Magliette che al primo lavaggio in lavatrice infeltriscono o perdono di colore. Pullover che a contatto con la pelle procurano fastidiose allergie difficili da curare. E poi, capi taroccati, contraffatti in etichetta...Truffe all'ordine del giorno. Come riconoscerle, le alternative per un vestire critico.

Consiglio Difficoltà Convenienza
1

Leggi attentamente l'etichetta di composizione e di manutenzione che accompagna il capo d'abbigliamento. Solo risparmio: seguendo le indicazioni riportate in etichetta evitiamo brutte sorprese e allunghiamo la vita dei nostri abiti.

2

Tieni sempre d'occhio il "made in". Nessuna spesa, tutta informazione.

3

Preferisci prodotti certificati da marchi di qualità ecologica (Ecolabel, Oeko-Tex, Tessile Biologico). Costano di più, ma valgono di più.

4

Per abbattere i costi, partecipa a un GAS o organizzati per formarne uno. Impegnativo, ma utile e vantaggioso.

5

Prima di liberarci di vestiti che non ci servono più, verifichiamo che non possano fare al caso di qualche parente o amico oppure rivendiamoli a qualche mercatino dell'usato.

Magliette che al primo lavaggio in lavatrice infeltriscono o perdono di colore. Pullover che a contatto con la pelle procurano fastidiose allergie difficili da curare. E poi capi taroccati, contraffatti in etichetta, venduti sfacciatamente come fossero di lana o di cotone e invece acrilici al 100%. Truffe all'ordine del giorno. Soprattutto in un campo come quello della moda dove l'informazione è ancora refrattaria. Evitarle si può, cominciando con il tenersi alla larga da qualche luogo comune di troppo.

Naturale non vuol dire ecologico
Spesso anche dietro capi fatti con fibre naturali (cotone, lana, lino, seta, canapa) si nasconde una storia produttiva in cui di ecologico resta ben poco. Un esempio su tutti: il cotone, che da solo occupa circa il 2,5% della superficie agricola mondiale assorbe il 25% del totale degli insetticidi e l'11% di tutti i pesticidi utilizzati in agricoltura.
L'impatto socio-ambientale della produzione agricola di fibre tessili come il cotone è poi ulteriormente aggravato dalle successive fasi di lavorazione industriale. Le sostanze utilizzate nella tintura (coloranti dispersi, sbiancanti chimici) e nei trattamenti protettivi (formaldeide, ammine aromatiche) dei nostri capi, oltre ad essere responsabili della produzione di ben 500mila tonnellate di scorie tossiche l'anno, determinano effetti altamente nocivi anche sulla salute dei consumatori. In particolari condizioni come la sudorazione, i residui dei numerosi trattamenti si scaricano sulla pelle che li assorbe e metabolizza, provocando l'insorgenza di dermatiti allergiche da contatto.

Costo di un capo e luogo dell'acquisto non sono garanzia della bontà di un manufatto
I dati di un'indagine del Centro tessile cotoniero e abbigliamento (Centrocot) di Varese parlano chiaro: un capo su quattro tra quelli venduti in Italia non è a norma per la presenza nel tessuto di sostanze irritanti e allergenizzanti, quando non addirittura cancerogenee, vietate dalla normativa europea. Le non conformità salgono vertiginosamente sui prodotti importati (il 50% ormai di quelli che indossiamo), indipendentemente dal prezzo e dal luogo dove è stato fatto l'acquisto.
Il fenomeno è presto spiegato con la tendenza sempre più spinta anche delle migliori marche di abbigliamento a delocalizzare la propria produzione, trasferendola fuori casa, là dove i costi sono più bassi, i diritti dei lavoratori meno ostacolanti (si veda la Campagna Abiti Puliti) e le norme più elastiche, quando non del tutto assenti.
Pensiamo solo all'uso che viene fatto della formaldeide nelle stoffe dei vestiti per mantenerne la piega. La normativa ne ammette l'utilizzo in quantità non superiori ai 20 ppm (parti per milione). Ma aggirare i controlli è diventato facile tanto che l'Aduc, un'associazione di consumatori, è arrivata a denunciare pubblicamente la presenza di sconcertanti concetrazioni di formaldeide nei vestiti fabbricati all'estero, anche di grandi marche: fino a 18 mila ppm, ovvero 900 volte superiori rispetto ai limiti consentiti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Leggere sempre l'etichetta di composizione, che per legge deve accompagnare i prodotti tessili e di abbigliamento, è senz'altro una buona abitudine. Attenzione però: scordiamoci di reperire informazioni sul tipo di trattamento che è avvenuto in fase di lavorazione. Su quello non vige l'obbligo di menzione.

Il Made in, meglio non fidarsi troppo
Anche tenere sott'occhio il paese di provenienza di un prodotto, l'etichetta "made in", può essere utile a metterci in allerta sull'acquisto che andiamo facendo. L'importante, ancora una volta, è non farsi illusioni: la storia produttiva di un capo è spesso molto più complicata di quanto non ci lasci intendere l'etichetta di origine che l'accompagna.
Secondo il codice doganale comunitario sono da considerare originari di un paese i prodotti interamente ottenuti in quel paese o, nel caso alle fasi di produzione abbiano contribuito due o più paesi, nel paese dove è avvenuta l'ultima lavorazione o trasformazione sostanziale (Regolamento CEE n. 2913/1992). Così non c'è da sorprendersi che molti prodotti targati "Made in Italy" siano stati in realtà fabbricati e assemblati all'estero. Affidarsi al "made in" non ci mette insomma al riparo da frodi e tinture tossiche.

Scegliere bene: i marchi di qualità ecologica

Un modo concreto per scegliere indumenti che in fase di lavorazione non abbiano disseminato veleni nell'ambiente e non siano dannosi per il consumatore finale è l'acquisto di vestiario contraddistinto da marchi di qualità ecologica. Tre i più diffusi, tutti a carattere volontario: Ecolabel, Oeko-tex e Tessile biologico. Il primo è uno standard europeo che premia i prodotti e i servizi migliori dal punto di vista ambientale e prestazionale sull'intero ciclo di vita. Nel caso dei tessuti, l'analisi si concentra sul manufatto tessile, dal filato al prodotto finito. Diversamente da Ecolabel, Oeko-tex è un marchio invece prettamente tessile e certifica l'assenza di sostanze potenzialmente pericolose che potrebbero essere contenute nel prodotto. Tessile biologico, il marchio più recente dei tre nato per iniziativa dell'AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica), prende in considerazione gli impatti ambientali del tessile già a partire dalla coltivazione della fibra. Viene rilasciato da ICEA, istituto leader in Italia per la certificazione del Biologico, ai manufatti prodotti solo con fibre naturali, prive di Ogm, coltivate e lavorate senza l'utilizzo di sostanze chimiche di sintesi o inquinanti, nel rispetto dei diritti dei lavoratori e utilizzando tecniche a basso impatto ambientale in ogni fase del processo produttivo.

Quanto mi costa
Vestire ecologico non è una scelta ancora alla portata di tutti. I costi elevati delle fibre biologiche certificate rispetto a quelle tradizionali (nel caso del cotone, il prezzo è quattro volte superiore) ne fanno un mercato ancora elitario. Anche la distribuzione non aiuta: il numero di negozi specializzati e non in abbigliamento ecologico è così esiguo da scoraggiare il consumatore più responsabile. Organizzarsi in un GAS (Gruppo d'Acquisto Solidale) può rappresentare una valida alternativa per mettersi in rete con realtà del bio tessile ancora poco presenti sul mercato.

Moda critica, consumi critici
Anche se vestiamo "bio", attenzione a non esagerare nei consumi. Vogliamo rinnovare il nostro guardaroba? Facciamolo con intelligenza. Prima di liberarci di vestiti che non ci servono più, accertiamoci che non possano fare al caso di qualche parente o amico. Ma soprattutto: non trascuriamo la cura dei nostri capi. L'etichetta di manutenzione ci viene in aiuto fornendoci tutte le informazioni su come lavarli e a quale temperatura. Leggerla con attenzione ci permetterà di allungare la vita del nostro guardaroba.


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